/ Cristina Rombolà / da gustare ricette e cucina viaggiare in bici
Cosa mangiare pedalando tra Langhe e Monferrato
Pedalare tra le Langhe e il Monferrato è un invito a un viaggio lento, riflessivo, che nutre la mente, l’anima e il palato. Un percorso tra i luoghi di Cesare Pavese e Beppe Fenoglio, fatto, un po’ come la vita, di saliscendi, orizzonti imperdibili, vigne e castelli, sapori che lasciano il segno. Mentre le ruote disegnano traiettorie curvilinee tra i filari ordinati delle Langhe e le morbide colline del Monferrato, l’aria si riempie di profumo d’uva e di terra buona che stimola il ciclista a fermarsi per una pausa gastronomica. Questo è un itinerario che prevede anche tappe golose, dove ogni salita è ripagata da calici intrisi di storia, ogni discesa finisce davanti a un tagliere di salumi e formaggi e ogni paese nasconde almeno una trattoria.
Partiamo?
Asti: Moscato Bianco e polentina astigiana
Iniziamo dalla città del Moscato Bianco, da cui nasce la denominazione Asti DOCG. Un vitigno identitario, dal bouquet inconfondibile, da cui nascono due must del territorio: l’Asti Spumante e il Moscato d’Asti. Sinonimo di gioia e di convivialità – vi ricordate lo spot del 1985 “Asti Cinzano, il segno della festa”, rientrato di diritto tra le pubblicità cult della televisione italiana? – l’Asti Spumante è un inno alla vita. Nella tradizione del territorio, invece, il Moscato d’Asti veniva abbinato alla merenda sinoira, un aperitivo della sera a base di pane, salumi e formaggi, che anticipava la cena. Se però volete provare questi vini con un dolce local, vi consigliamo la polentina astigiana, la più antica specialità dolciaria della zona, nata nel 1928. Una tortina soffice, dalla consistenza simile al pan di Spagna, fatta con farina, uova, burro, zucchero, mandorle, uvetta e maraschino.

Nizza Monferrato: Barbera e bagna càuda
Con oltre ottocento vigneti coltivati e circa trecento aziende specializzate nella produzione del Nizza DOCG, Nizza Monferrato è la capitale del Barbera, a cui è dedicato l’evento Nizza è Barbera, che si svolge il 10 maggio. Se volete mangiare il territorio, non perdetevi la bagna càuda, una salsa calda di acciughe e aglio sciolti a fuoco dolcissimo in olio d’oliva. Un piatto povero che conquistò anche l’aristocrazia (si narra che la Madama Reale, Giovanna Battista di Savoia, se la facesse servire segretamente nel retro del palco del Teatro Regio) e che racconta il legame storico tra le acciughe e la cucina piemontese. Secondo la versione più accreditata, le acciughe arrivarono in Piemonte attraverso le vie del sale. Quando, a fine Settecento, il commercio del sale divenne meno redditizio a causa delle tasse, i mercanti piemontesi si convertirono al pesce salato. Alla bagna caöda il comune di Faule dedica ogni anno, a metà ottobre, una storica sagra che nel 2026 festeggerà la 30ª edizione e che anticipa il Bagna Càuda Day, l’evento diffuso di fine novembre.


Specialità diffuse: Tajarin e Agnolotti del plin
Il ciclista che ha bisogno di ricaricare le riserve di carboidrati durante il percorso ha solo l’imbarazzo della scelta. Il territorio è vocato alla cultura della pasta fresca con due prodotti simbolo: tajarin e agnolotti plin. I tajarin, che lo scrittore Beppe Fenoglio amava mangiare in elegante e composto silenzio, sono una pasta fresca all’uovo che ricorda le tagliatelle, ma più sottili. Il loro giallo intenso è dovuto all’uso generoso dei tuorli (fino a quaranta per ogni chilo di farina). Altrettanto identitari sono gli agnolotti del plin, dei piccoli ravioli ripieni di carne brasata che devono il nome al “pizzicotto” necessario per chiuderli. Gustarli “al tovagliolo”, cioè nudi, cotti, scolati e appoggiati sul tovagliolo, senza condimento per esaltarne il ripieno, è il modo più autentico per onorare questa tradizione millenaria. Se avete programmato il vostro viaggio a giugno e avete voglia di una piccola deviazione: a Merana, dal 13 al 15 e dal 20 al 22 di giugno, c’è la Festa del raviolo casalingo al plin.
L’elogio della lentezza: la lumaca di Cherasco
Serge Latouche l’ha definita modello di decrescita felice perché, una volta raggiunta la massima capienza del guscio, smette di crescere, divenendo un simbolo bio-economico di elogio della lentezza, equilibrio, autonomia e critica al gigantismo industriale. Amata dai palati raffinati, la lumaca è diffusa in tutta Italia, ma il Piemonte è la regione che più la supporta con la città di Cherasco, considerata terra d’elezione del mollusco. Capitale italiana dell’elicicoltura, Cherasco promuove un metodo di allevamento delle lumache all’aperto e a ciclo naturale completo, con un’alimentazione esclusivamente vegetale. Dal 25 al 27 ottobre, durante l’evento Gusta Cherasco, è possibile assaporare lumache e chiocciole in diverse preparazioni locali.

La nocciola Tonda Gentile del Piemonte IGP
Frutti selvatici dal grande valore nutritivo, le nocciole erano apprezzate già dai Greci e dai Romani: Catone ne consigliava la coltivazione negli orticelli cittadini dell’Urbe e il poeta Virgilio li citava nelle sue Bucoliche e Georgiche. Tra le cultivar più pregiate c’è sicuramente la Nocciola Tonda Gentile del Piemonte IGP (varietà Trilobata), rinomata per le sue straordinarie qualità organolettiche, la cui produzione avviene nelle province di Asti, Cuneo e Alessandria. Dalla forma sferoidale, con un guscio piccolo, una pellicina sottile e un seme croccante e aromatico, la nocciola tonda gentile ha una persistenza gustativa che la rende ideale per l’alta pasticceria. Dalla crema spalmabile al gianduiotto, dal torrone alla torta di nocciole, al cioccolato, al gelato, sono tanti i prodotti che si possono realizzare con questo frutto buonissimo con cui Pellegrino Artusi consigliava di preparare il budino. Se siete in zona alta Langa dal 16 al 24 agosto, non perdetevi la settantaduesima edizione della Fiera Nazionale della Nocciola a Cortemilia.

Alba e il suo tartufo bianco, star di fama mondiale
Se dovessimo identificare la città di Alba con un solo prodotto, questo sarebbe sicuramente il tartufo bianco, considerato l’oro dell’alta cucina, nonché il “Mozart dei funghi”, come lo definì il musicista Gioacchino Rossini, suo grande estimatore. Il tartufo bianco piemontese è sempre stato una varietà pregiata, ma solo a partire dal Novecento comincia a godere di fama internazionale grazie all’opera di promozione di Giacomo Morra, albergatore e ristoratore del territorio, incoronato “Re dei Tartufi” già nel 1933 dal Times di Londra. Oltre ad aver inaugurato la Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, giunta alla sua novantaseiesima edizione e in programma dal 10 ottobre al 6 dicembre, Morra diede al fungo ipogeo un’impronta glamour globale inviando, ogni anno, il migliore esemplare della stagione a una celebrità mondiale (da Marilyn Monroe a Rita Hayworth, da Harry Truman a Joe di Maggio e Alfred Hitchcock). E a proposito di notorietà, al tartufo bianco d’Alba è dedicato anche il film “Trifole – Le radici dimenticate” di Gabriele Fabbro, ambientato in un paesino delle Langhe. Approfittate di questa tappa per infilarvi in una buona trattoria e lasciarvi andare al gusto incredibile di questo prodotto, che va mangiato sempre a crudo: affettato sull’uovo, nel risotto, nei tajarin o anche sulla carne cruda all’albese.
Crudo di Cuneo DOP, a prova di Mastro Prosciutto
Documentato fin dal XIV secolo nei manuali di agricoltura, il prosciutto crudo è passato dalla tavola alla letteratura, diventando simbolo della maestria culinaria sotto il nome di “Mastro Prosciutto”. Tra i suoi fan più illustri spicca Luigi XVIII: si dice che il re fosse orgogliosissimo della sua maestria nell’affettare il prosciutto crudo rigorosamente a mano, tanto da passare gli anni in attesa del trono in quello che divenne il suo passatempo preferito. Mentre Charles Bukowski, nel libro Ham on Rye, in Italia “Panino al prosciutto”, vede nell’affettato una metafora della sua vita ruvida e cruda. Tra una pedalata e l’altra, il prosciutto Crudo di Cuneo DOP rappresenta lo spuntino ideale: leggero, digeribile, saporito. Ottenuto da suini di razza Large White italiana e Landrace italiana, deve la sua unicità a una sapiente salatura a secco (che può contenere anche pepe e aceto) e a una stagionatura che si protrae per almeno dieci mesi dall’inizio della salagione. Al taglio ha un colore rosso vivo, un profumo delicato, un sapore dolce e una consistenza morbida che lo fa sciogliere letteralmente in bocca.
Giovedì gnocchi, ma con il Castelmagno DOP
Decantato da intellettuali dal palato fino, come Mario Soldati, Luigi Veronelli e Giorgio Bocca, il Castelmagno DOP è un’eccellenza casearia piemontese dalle origini antichissime, che affonda le radici nella provincia di Cuneo. Un formaggio a pasta semidura, fatto con latte vaccino e minime aggiunte di ovino o caprino. Si distingue per la sua particolare lavorazione: dopo la rottura i grumi, la cagliata si lascia riposare per un giorno prima di essere nuovamente rotta in cubetti. Un processo che gli conferisce quella tipica struttura granulosa e friabile. Dopo l’acidificazione sotto siero, la massa è triturata e rimpastata con sale, poi pressata nelle forme, quindi fatta stagionare in ambiente naturale per almeno centoventi giorni. Il Castelmagno è buonissimo in purezza, con un vino corposo, da meditazione, ma se volete leccarvi i baffi, mangiatelo con gli gnocchi o nel risotto. Dal 26 al 28 settembre, a Caraglio, insieme alla Fiera d’autunno, si svolge la Sagra degli gnocchi al Castelmagno.


Barolo al quadrato
Nel suo romanzo Il Compagno del 1947, Cesare Pavese allude alla complessità del vino Barolo scrivendo che ci vogliono tre nasi per berlo. Quando fate tappa nella città di Barolo, chiudetevi in un’enoteca e fate una bella verticale di questo vino, fiore all’occhiello dell’enologia piemontese. Simbolo del Made in Italy nel mondo, il Barolo viene prodotto in una ristretta area delle Langhe con uve Nebbiolo in purezza. Visivamente si presenta con un affascinante colore rosso rubino, ma è al naso che rivela la sua complessità, sprigionando un bouquet inconfondibile di profumi. È un vino di grande corpo, caratterizzato da una trama tannica importante e da un’acidità viva, elementi che gli permettono di evolvere e migliorare in bottiglia per decenni. Se amate il vino e la musica e siete a Barolo dal 27 giugno al 4 luglio, non perdetevi il festival agrirock Collisioni.
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